
Oggi si parla sempre piu' spesso di social network, e sembra che questi nuovi strumenti di comunicazione stiano diventando non solo sempre piu' conosciuti dalle masse, ma anche (e soprattutto) molto potenti. Sono tanti i casi nei quali quelle che vengono definite in inglese smart mobs, cioe' bande intelligenti, o meglio gruppi di persone connesse attraverso tecnologia di diverso tipo, dalla rete internet alla telefonia mobile, sono riuscite attraverso il loro agire mediatico a contrastare forze molto potenti: si pensi all'operato delle smart mobs (il gruppo People Power II) nelle Filippine che ha persino organizzato nel 2001 la rivoluzione contro il presidente Estrada a colpi di sms.
I social network permettono un flusso continuo dell'informazione mediatica tra i vari utenti/agenti, che ponendosi ciascuno come filtro di una sorta di tavola rotonda, di una rete circolare peer to peer, permettono un movimento circolatorio dell'informazione che passa da utente ad utente, informazione che da ciascuno puo' essere manipolata, commentata, manovrata e quindi rimessa in gioco. E' la cultura della partecipazione che si fa portavoce di questo nuovo mezzo mediatico, cervelli inter-connessi che collaborano per lo scambio dell'informazione.
Alcune teorie sui media affermano che ogniqualvolta nasce un nuovo mezzo di comunicazione, esso si appoggia inizialmente a quelli esistenti. Che internet abbia fatto lo stesso non ci sono dubbi, almeno per quel che riguarda i format ed i linguaggi utilizzati nei programmi passati. Ma da subito internet ha mostrato le sue qualita' intrinseche, ci ha dato pezzi del sue essere, che appunto e' l'annullamento del corpo, e, in casi estremi, dell'identita' tradizionale. Non che prima non ci fossero gia' cose di questo tipo: basti pensare alle lettere anonime, o agli 007 del mondo dello spionaggio con diverse carte di identita' e passaporti. Si crea cosi' un mondo di entita' piu' che di istituzioni, un luogo dove si va alla ricerca di verita', oltre che di piaceri legati all'estetica della comunicazione in tutta la sua essenza. Un luogo in cui un individuo-massa nella vecchia realta' puo' essere contemporaneamente un nessuno ed una divinita' nell'aldila' digitale.
Internet ha cosi' reso l'ambiente mediatico tradizionale, quella realta' uni-parallela dei simulacri e degli spettacoli della societa' della televisione e della stampa, un ambiente incerto come mai prima, togliendo loro quel ruolo di strumenti maestosi detentori di verita' e certezze assolute, strumenti della conoscenza, del potere, del controllo. Tutto cio' oggi e' forse finito, o senz'altro le regole del gioco sono adesso cambiate. Su internet nuove forze sociali nascono, si riuniscono, e possono distruggere un intero macro-sistema. Il proletariato mediaticizzato non ci sta piu' a guardare i padroni mentre “giocano” con le loro trasmissioni televisive ed i loro programmi ludici, sperando al massimo di avere una piccola parte marginale come comparsa in una puntata di un programma televisivo. Adesso la prole e' entrata a far parte dei giochi, e' divenuta membro attivo, e' una cyber-massa. Adesso tutti sono in grado di scrivere sul proprio blog “le trasmissioni ricominceranno non appena possibile”, e potranno farlo quando e se vogliono, decidendone loro i contenuti.
Il fenomeno dei blogger e' l'esempio lampante. Spesso i blogger sono persone che, seppur non hanno mai studiato giornalismo o media (non tutti ovviamente), sono in grado di gestire il proprio spazio mediatico alla stregua di un giornalista professionista. L'homo medium, simbolo per antonomasia della convergenza mediatica di Henry Jenkins, e' giornalista, scrittore, regista, fotografo, artista, poeta, sceneggiatore, fumettista, etc: e' tutta la comunicazione umana conosciuta fino ad oggi e tutti i linguaggi di questa comunicazione in un unico cervello, emanati attraverso la rivoluzione digitale.
Twitter e' l'apoteosi di questo fenomeno. Negli USA e' sorto un neologismo “twittering”, cioe' “twitterare”, che significa “comunicare velocemente”, ma una comunicazione a 360 gradi, e forse piu'. Twitterare significa comunicare con tutti gli strumenti che si hanno a disposizione, scrittura, immagini, suoni ed immaginazione, per raccontare di se e di cio' che nel mondo avviene. E questa comunicazione e' veloce, anzi, velocissima. E' una catena di montaggio della comunicazione. Twitter e' una nuova frontiera del pianeta internet, e' internet all'ennesima potenza. Mi sono chiesto quindi se era possibile fare giornalismo su Twitter, o meglio “come fare giornalismo twitterando”, e ho cosi' intervistato Howard Rheingold, guru della rete internet.
L'intervista e' avvenuta durante il mese di giugno negli USA via web-cam, visto che io mi trovavo in Mississippi e Howard in California. Ho deciso di pubblicare questa intervista solo adesso sulla scia di una serie di articoli usciti sulle varie testate nazionali su twitter ed il giornalismo via internet in generale. Inoltre anche per via di una serie di polemiche avviate da alcuni direttori di alcune importanti testate giornalistiche italiane (di cui non faro' i nomi) nei confronti della rete e del giornalismo via internet, cercando di arrampicarsi su degli specchi ormai pieni di sapone pur di difendere il loro “ancien regime”, visto che internet sembra stia sempre piu' smantellando le vecchie strutture di quei colossi che erano i media tradizionali.
A.R.: La prima domanda e' questa: qual' e' la differenza tra il giornalismo classico e il giornalismo su internet? Internet ci sta trasformando tutti in media ed emittenti?
H.R.: il problema per un giornalista che usa internet e' sempre lo stesso che per un giornalista che si muove nel mondo reale: verificare la fonte della notizia. Un giornalista che lavora su internet e' un giornalista tanto quanto lo e' uno che lavora nella realta': non vi e' differenza alcuna. Ad esempio noi in questo momento stiamo facendo un'intervista usando skipe, ci stiamo guardando. Ovviamente avere un incontro di tipo faccia a faccia permette di avere piu' stimoli visivi o di altra natura. Ma questo non toglie che, se si conosce bene come usare i programmi, chi decide di usare internet come strumento per divulgare o leggere notizie, non sappia trovare il modo di farlo e bene. Il problema non e' fare il giornalismo su internet, ma meglio e' saper usare internet per fare giornalismo. Se da un lato vi e' lo svantaggio del non poter usare lo stesso ambiente in cui la notizia e' “prodotta”, dall'altro internet offre anche moltissimi vantaggi. Innanzitutto la possibilità, (come e' ovvio pensare, altrimenti non sarebbe un medium) che la rete ci da' di trascendere gli ambienti fisici, e quindi se si e' in grado di usare gli strumenti giusti (e se si e' bravi giornalisti), non ha importanza l'essere fisicamente in loco. Poi vi e' la questione del feedback, che e' fondamentale. In passato i giornalisti non erano a diretto contatto col pubblico, ma scrivevano articoli che poi venivano direttamente divulgati attraverso i media, senza intermediari. Con internet non e' piu' cosi' semplice visto che il feedback permette ai cittadini di commentare le notizie, di verificare la veridicità', di dare loro stessi notizie ai giornalisti. Quindi la bravura di un giornalista che si muove su internet e' quella di saper selezionare le proprie fonti e, nel frattempo, di considerare che quanto scrive avrà un feedback dai propri lettori. In questo senso, anche il cittadino deve essere in grado di saper leggere internet e averne un ruolo attivo, e quindi gioca un ruolo fondamentale il “controllo reciproco”, o meglio “il fidarsi” dei propri interlocutori, e si crea un ambiente altamente democratico. Ovviamente tale “fidarsi” non e' un fidarsi cieco, che altrimenti perderebbe i connotati di veridicità della notizia caratteristici del giornalismo stesso. Su internet il fidarsi gli uni degli altri e' un “processo” che si costruisce man mano attraverso un rapporto di “collaborazione reciproca” e “feedback”. E' una nuova sfera pubblica (di tipo mediatica) dentro la quale rapportarsi. Il feedback e' lo strumento di controllo vero e proprio, ciò che permette di conoscere se la fonte e' reale oppure no, se la notizia e' veritiera oppure no, e quindi di attuare una certa etica.
In un certo senso dunque e' vero che stiamo diventando “media”, ma rimane sempre la questione relativa al saper utilizzare la tecnologia o meno, non solo in modo tecnico, ma anche sociale.
A.R.: Si puo' parlare di giornalismo-globale parlando di internet?
H.R.: Beh, internet e' di per se' un ambiente globale, quindi di certo questo e' possibile. Sempre dipende dalle intenzioni del giornalista, da cosa lui va cercando, quali sono le sue abilita', quali i suoi interessi e l'ambiente in cui si muove (globale o locale). In questo momento noi stiamo facendo questa intervista da due punti diversi del globo.
A.R.: Quindi la rete internet sembra essere un'enorme metropoli, un grande ambiente con differenti quartieri, mode, tendenze, etc. In questo ambiente vengono raccontati fatti dal mondo reale, e nel frattempo succedono fatti solo all'interno del medium stesso. Qual'e' il ruolo del giornalista che usa internet in tale contesto? O meglio, si puo' parlare della figura dell'e-giornalismo inteso come un giornalismo che racconta fatti solo da questo mondo, dalla dimensione di internet?
H.R.: Concordo quando affermi che internet e' una metropoli, un altro ambiente. Comunque, anche qui non e' facile generalizzare poiche' tutto dipende dagli obiettivi di chi scrive. Ai miei studenti io insegno a fare giornalismo, ed insegno loro le basi per poterlo fare anche su internet, in questo nuovo ambiente globale. Poi ciascuno decide come e se utilizzare internet e, all'interno di internet, quale programma utilizzare. Probabilmente chi scrive per riviste specializzate su nuove tecnologie raccontera' tutto quanto c'e' da sapere sulla rete, le tendenze, etc. Altri troveranno altri canali dove pubblicare le proprie notizie che non devono necessariamente essere legate alla rete, o viceversa alla realta'.
A.R.: In questo periodo scrivi di Twitter: cos'e' Twitter dal punto di vista di Howard Rheingold? Si puo' fare giornalismo anche attraverso Twitter?
H.R.: Come affermo su alcuni articoli scritti a proposito, twitter e' un nuovo canale che dispone di nuove modalita' di comunicazione. All'inizio puo' sembrare un po' “banale” (gossip, spam, etc .. ma hey, e' sempre internet!), ma se lo si sa utilizzare diventa uno strumento molto potente. La sua caratteristica e' la velocita', la simulateneita', saltando rituali formali della e-mail o altro. Si scambiano notizie e questo avviene solo con le persone che ti interessano. 1 Ovviamente, come tutti i programmi, all'inizio bisogna starci un po' dietro, per capire come funziona, ma una volta capito il meccanismo, Twitter diventa molto utile e si puo' accedere a molta informazione e in modo veloce. In un certo senso e' anche come una bacheca pubblica, dove puoi porre domande ed avere risposte, o leggere notizie (di singoli o di rilevanza pubblica) e porre domande relative alle notizie in questione. Anche su Twitter il problema non e' se e' possibile fare giornalismo, ma solo la modalita', cioe' il come. Ed il come fare giornalismo su twitter, o su qualunque altro medium, dipende dalle conoscenze che il giornalista del programma ha.
A.R.: leggendo uno dei tuoi articoli su internet ho sottolineato una frase, in cui tu affermi che se Twitter a prima vista puo' sembrare non divertente, allora non sara' nemmeno utile. Bisogna cioe' starci dietro dall'inizio, per capire il meccanismo, alimentando il sistema (feeding) e rispondendo ai feedback. Questo mette in mostra che, seppur Twitter e' un sistema molto semplice (rispetto ad altri programmi), bisogna comunque star dietro agli intrecci sociali, piu' che ai meccanismi del programma stesso. Quindi, in definitiva, non basta solo la conoscenza di un determinato programma, ma e' fondamentale proprio il contenuto della comunicazione, e lo scambio con gli altri agenti sociali. In questo senso, che intendi per divertente? Cioè, un programma per essere utile, deve essere divertente?
H.R.: Beh, se internet fosse soltanto notizie di cronaca (belle o brutte), allora non credo potrebbe mai essere preso di mira dalla gente come strumento di comunicazione. La comunicazione, in generale, e' qualcosa di molto ampio. E su internet e' come nella realta'. Si affrontano gli argomenti più disparati, dai fatti di cronaca alla moda, ai gossip, lo sport, etc. Prendi lo sport, che e' uno degli argomenti che piu' accomuna la gente. Se non si parlasse di sport, non credo la gente avrebbe tanto da dire a degli sconosciuti. Si ripresentano le stesse dinamiche della societa' reale. Vi sono piazze in cui si parla del piu' e del meno (ad esempio lo sport) e “luoghi” piu' raccolti per le virtual community che si riuniscono attorno ad un singolo argomento, veri e propri salotti.
A.R. (domanda dovuta): Qual'e' il futuro di internet?
H.R.: oggi internet e' sicuramente il piu' potente strumento di comunicazione. Ci sono molti capitali in gioco, da quando sempre piu' industrie importanti stanno puntando su questo medium. Vi e' un conflitto molto importante a livello ideologico: la questione dei contenuti. Il problema non e' se internet deve essere di libero accesso o se bisogna pagare per accedervi, ma il problema e' la questione relativa al controllo e alla politica di internet, l'ideologia del medium. Internet nasce come strumento libero, open source, e i primi navigatori scambiavano informazioni e miglioravano lo strumento come se appartenessero ad una comunità. Con l'ingresso di nuove forze economiche e sociali, ovviamente, entrano in gioco anche nuovi interessi e di conseguenza nuove politiche. Quindi vi e' questa questione aperta tra una filosofia del copy-right e del copy-left, questione direi “molto aperta” visto che c'e' gente che porta avanti questa tradizione open-source con tenacia.
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