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Stamattina mi è arrivata una mail di Carlo, che mi ha coinvolto in un suo dialogo "digitale" via e-mail con Anna in cui le preannunciava la sua intenzione di lasciare Twitter.

Vi propongo le riflessioni che Carlo, Anna, io e Paola (aka Pimpa Mayo) - coinvolta dal sottoscritto - ci siamo inviati, come "4 amici al bar", auspicando che anche voi diciate la vostra sul tema e su un incontro fra "brainer" sul "senso delle relazioni digitali".

Buona lettura :)

Anna: perchè stai pensando di abbandonarlo (twitter, nda)?... Dai però non mi ti far cavare le parola di bocca ;-)

Carlo: allora, Anna, la questione è semplice e hanno risposto tanti prima di me. A me non rimane altro da fare che prendere il pensiero di altri e adattarlo alla realtà quotidiana.

Quella che un tempo i filosofi chiamavano vita (sto citando a memoria) si è trasformata in puro e semplice consumo, che non è altro che un'appendice del processo di produzione, senza autonomia e senza sostanza propria.

A parte l'ovvio riferimento a Teodoro Adorno, altro ovvio riferimento va fatto (ma non ricordo frasi a memoria) a Marc Augè e al discorso sui non-luoghi.

Insomma, la realtà che ti circonda è oramai priva di ogni minimo spazio di appropriazione sociale e individuale. Non esistono luoghi dove si accumula memoria ed esperienza collettiva, dove si intessono relazioni fisiche, oltre che cognitive, a parte i luoghi dove queste relazioni sono finalizzate in termini economico-produttivi (le università, le scuole, i luoghi di lavoro).

Tutto questo porta ad un inevitabile impoverimento dell'esistenza umana, sempre più evidente e opprimente, man mano che il sistema socio-economico-politico post-capitalista prende il sopravvento e si impone sui singoli.

Per non parlare della devastazione dell'ambiente, che ci priva anche dell'aria che respiriamo, dopo che l'appropriazione economica e politica ci aveva già privato degli spazi fisici.

Insomma, in questo scenario apocalittico (non solo dal punto di vista esistenziale), la rete è apparsa (anche a me) come una specie di nuovo mondo, in cui si aprivano spazi di appropriazione, se non fisica, almeno cognitiva: relazioni, esperienze, emozioni.

ma, dopo un periodo di ovvio entusiasmo, cosa ne resta ad un'attenta riflessione? di fronte alla morte dell'umano, la rete può costituire un'alternativa? insomma, gli spazi possono diventare dei luoghi?

No, non è possibile. Perchè la cognizione è astrazione dall'hic et nunc fisico. Ma l'uomo è carne, oltre che cervello, e non credo che dimenticarselo possa ridare all'individuo un'esistenza piena.

Facebook, twitter, SL possono essere degli eccezionali strumenti di crescita ... professionale e culturale, ma vanno sempre finalizzati ad una dimensione economico-produttiva (anche in termini di crescita culturale). Non possono essere luoghi, ma solo spazi. Dove non c'è finalità, c'è una sorta di buco nero dall'effetto ipnotico ("Narciso come narcosi", diceva McLuhan) che, l'ho detto e lo ripeto, non ha niente da invidiare ad una sana teledipendenza.

Mario: Ciao Carlo,
grazie per avermi fatto partecipe di questa discussione.
Ti dirò cosa ne penso con piacere.

Il vero problema quando si parla del "prima" e lo si rapporta al "presente" è che quasi fatalmente questo prima sembra essere migliore ed essere inserito in una sorta di dimensione di "purezza senza peccato", mentre il presente ci appare decadente, privo di senso e di "umanità".

Il primo esempio che mi viene in mente è quello del peccato originale, che ha proiettato l'Uomo in una "valle di lacrime e sofferenza" in cui l'unica speranza è nella vita dopo la morte, la vita eterna promessa dalle sacre scritture e dal vangelo.

Nei nostri ragionamenti ritengo sia ricorrente il riferimento ai concetti giudaico-cristiani di peccato e di salvezza, in cui da un lato emerge che stiamo vivendo una situazione di "peccato" e dall'altro cerchiamo di fornire delle "ricette di salvezza", quasi di "vita eterna".

Un altro esempio è la fine dell'Impero romano.

Anche in quel caso, mi sembra di rammentare, che la intellicencjia dell'epoca si lamentasse della degenerazione dei costumi, della moralità e della legalità.

Tutto non era "più come prima", tutto stava andando in malora, come di fatto accadde per una molteplicità di motivazioni, proiettando il mondo occidentale (l'impero d'Oriente sopravvisse) in quasi mille anni di "barbarie medievale".

Questa premessa per dire che, secondo me, ogni civiltà segue una parabola che ad un certo punto della sua Storia finisce con il portarla ad un "breakeven"o meglio all'orlo del caos in cui la componente caotica si accentua fino a che non si rende "necessaria" una svolta fra due possibili direzioni principali: il breakthrough (risalita positiva) oppure il breakdown (collasso negativo).

La nostra civiltà, sempre a mio parere, ci sta arrivando se non c'è già dentro.

I modelli ed i paradigmi dominanti non funzionano più: a partire dal capitalismo fino alla stessa cultura basata e "dominata" dal metodo scientifico e razionalistico.

Occorrono, dunque, nuovi paradigmi e nuovi modelli culturali altrimenti non abbiamo molte speranze di farcela come "sistema umano" sul pianeta Terra.

In questo scenario di crisi generalizzata e di turbolenza caotica in tutti i campi, dall'economia al sociale al culturale, il progresso della tecno-scienza scandisce ed influenza freneticamente le nostre vite con nuove invenzioni e nuovi strumenti di comunicazione.

Ogni epoca è stata in qualche modo plasmata dagli strumenti di comunicazione disponibili (la ruota, la stampa, l'aereo, i mass media, Internet, ...) che, come ben dice McLuhan, hanno mutato gli schemi delle relazioni umane.

Quello che, secondo me, possiamo dire oggi con quasi certezza è che la società in cui viviamo è estremamente più complessa del passato e che tale complessità deve ancora essere metabolizzata dai paradigmi culturali dominanti che cercano quasi ossessivamente di rifugiarsi in certezze di dubbia validità mediante tante piccole ricette di salvezza quotidiana, riduzionismi di molteplice fattura o previsioni di catastrofi imminenti a punizione dei nostri peccati.

Ripeto, a mio avviso il sistema psico-socio-culturale-economico-politico si è inceppato: occorre trovare nuovi paradigmi culturali che si sedimentino nel profondo della nostra "mente collettiva" oltre che individuale.

Altrimenti il breakdown è praticamente inevitabile, direi "fisiologico".

In tutto questo Internet, il Web 2.0, i Metaversi tridimensionali possono svolgere una utile funzione di accrescere la "coscienza e la consapevolezza collettiva", ma, come dice giustamente Carlo, possono provocare narcosi e dipendenza.

Pertanto, la "soluzione" (o l' "errore") non può essere nel medium in sé, ma negli schemi culturali che - anche tramite esso - devono emergere e che dobbiamo cercare di far emergere e che, a mio parere, non coincidono con la necessità di un fine produttivo in senso economico, ma dovrebbero puntare ad una crescita, come direbbe Morin, dell' "umanità dell'umanità".

Sinceramente, non so se questo sia o sarà possibile, ma ritengo che ognuno di noi che aspira ad un vero cambiamento dovrebbe impegnarsi in tal senso.

Il Senso appunto: quello che da sempre l'Uomo va cercando e che sovente nel suo cammino ha smarrito (ricordate Dante e la "selva oscura"?).

Reiventiamolo allora, che dite?

Anche perchè altrimenti "a questo giro" la posta in palio mi sembra molto grossa: soprattutto per i nostri figli.

A presto, :)
Mario

Paola: Carissimi,

voglio intervenire in questa interessante discussione da voi intrapresa (con brevi parole … dato il poco tempo a disposizione.. come Mario ricordava).

Ritengo che oggi sia ancora troppo presto per valutare gli effetti “sostanziali” del virtuale e delle sue diramazioni comunicative. Sicuramente ritengo invece che oggi occorre trovare nuovi schemi di analisi che permettano di afferrare il senso reale della complessità che stiamo vivendo, e della quale l’utilizzo delle nuove forme telematiche non è che un elemento. In altre parole per comprendere tali fenomeni oggi, noi dobbiamo riuscire ad utilizzare nuovi procedimenti mentali, d’analisi, dobbiamo essere capaci di abbandonare le strutture classiche che per secoli ci hanno accompagnato. Un esempio di questo che affermo è, per esempio, la trasformazione dello “spazio pubblico”.

Tale spazio prima ritenuto luogo esclusivo della politica, oggi diviene invece uno spazio di condivisione popolare, un sito nel quale le forme del’intimo di affacciano divenendo nuove espressioni di una “intimità pubblicizzata”… e d’altro canto la politica sembra invece divenire un “fatto personale”. Ugualmente stiamo assistendo ad una trasformazione dei ritmi quotidiani della vita individuale, nella quale il momento del dovere, del lavoro si fondono e “confondono” con quello del piacere, del gioco, del divertimento.

Ritengo dunque, che oggi la complessità sociale che si sta strutturando nelle nostre civiltà occidentali sia in una fase di “tumulto” , nella quale è difficile dare giudizi assoluti sui valori o meno dei nuovi spazi virtuali o comunque delle nuove logiche telematiche. Sarebbe utile dunque affrontare una discussione sul tema partendo dall’assunto che tutte queste nuove forme di socialità virtuale si esprimono proprio su un altrettanto nuovo terreno sociale.. su un terreno, come sostiene anche Touraine, dove la società sta sparendo e si sta affacciando timidamente una nuova forma di raggruppamento degli individui, basata più sulle ragioni di stampo intimistico ed emozionale, che non su quelle razionali, istituzionali. Su questo presupposto possiamo ragionare su quale sia la funzione e la localizzazione nel sociale e nel micro-sociale dei nostri nuovi metodi di comunicazione.

Ciao a tutti a presto!!!!!


Carlo:non è facile rispondere a Mario, anche perchè il suo è un intervento molto articolato, che può portare la discussione verso molte direzioni: sociologiche, filosofiche, dogmatico-religiose, ... e non so quante altre.

magari ci rifletto un attimo, prima di intraprendere uno di questi percorsi, che inevitabilmente si intrecciano come in una matassa.

questa frase, però, mi ha bloccato:

"Il Senso appunto: quello che da sempre l'Uomo va cercando e che sovente nel suo cammino ha smarrito (ricordate Dante e la "selva oscura"?)".

il senso... della vita, dell'esistenza, del genere umano... esiste o è un'illusione? o è uno schema in cui ci chiude la nostra mente? non è un po' la trama di un romanzo in cui vogliamo essere protagonisti per il nostro bisogno di ... capire?

ma poi, questa ricerca del senso come lo inteniamo noi, è un bisogno dell'uomo in quanto tale o è un bisogno indotto dalla cultura diffusa? nel secondo caso, non lo voglio scoprire il senso, anzi, l'ho già scoperto perchè non esiste.

scusatemi!!! sto divagando. la mia intenzione, nell'email precedente, era tutt'altra. la discussione voleva essere di altro tipo. volevo semplicemente dire che gli ambienti virtuali non sono l'alternativa alla "miseria" della realtà percepita fisicamente. questa miseria è di tipo nuovo, rispetto al passato, come giustamente nota Mario. Le sue cause sono politiche ed economiche e quindi culturali, visto che la componente politico-economica della nostra cultura è assolutamente dominante.

attenzione però, non parlo di politica nel senso comune! nè voglio fare contrapposizioni ideologiche assolutamente fuorvianti e utili a ingannare solo le masse.

le realtà virtuali mancano dell'elemento fondamentale dell'uomo, che non è la mente, a mio parere, ma il corpo, da cui la mente si genera.

ne facciamo un dibattito in SL (in un incontro finalizzato)?

;-)

ciao

Anna: La frase di Mario che ha citato Carlo è la stessa sulla quale mi sono fermata a riflettere che mi ha accaso e fatto scattare una molla in testa.

Sarei curiosa di indagarla e approfondirla insieme, sono consapevole delle mille strade e percorsi che apre però mi piacerebbe mantenerla in un certo senso come metafora dei percorsi d'interazione generati dai nuovi media.
Dall'altra sono affascinata da tutti questi spunti e citazioni che state mettendo in campo, ora stiamo generando email lunghe e articolate ma tutto è partito da un twitt di Carlo inferiore ai 140 caratteri in cui comunicava di voler abbandonare la piattaforma di microblogging e guardate un pò dove siamo arrivati e dove arriveremo? In SL? In un bar? In un'aula? In un saggio?

Se al momento SL è la soluzione più comoda ed efficace dove parlarne tutti insieme va benissimo ma sarei felice che questa discussione si concretizzasse anche in altro di più concreto e non ristretto ad una "chiacchierata" internos in un ambiente artificiale ma finalizzare gli eventuali incontri ad un progetto che abbia poi - non so come ed in che termini - sviluppi nella RL, quindi intendere SL come terra di produzione, svilluppo e organizzazione di un'idea.

Che dite? Si parte?
Ciao

Mario: Ciao Carletto,
in realtà il nostro cervello ha un bisogno addirittura biologico di "senso", dato che ha la necessità di "chiudere il cerchio" per sua natura.

Pensa che nei soggetti epilettici in cui è stato diviso a scopo terapeutico l'emisfero destro da quello sinistro attraverso il "taglio" del corpo calloso, a seguito di alcuni esperimenti (non mi ricordo nel dettaglio quali) hanno inventato la giustificazione ad eventi mai accaduti se non nella loro immaginazione (che ha "ricreato" le connessioni perdute fra i due emisferi) per giustificare un certo comportamento.

Cioè, il senso è parte di noi e non possiamo sfuggire a questa necessità bio-psicologica e socio-culturale.

Il fatto è che la cultura occidentale di matrice scientista e capitalistica attribuisce Senso solo al Dio Denaro e al Dio Consumo e questo ci ha portato dove siamo: alla crisi totale.
Ne potremmo palare, certo.
Ciao :)


Carlo: Mario (rispondo a te per comodità retorica, ma il discorso è generale), se io e te, invece di fare questa discussione via email, o in SL, o in un qualsiasi spazio virtuale, lo facessimo seduti al tavolino di un bar, dietro un bicchiere di vino, magari guardando le gambe delle ragazze che ci passano vicino, magari salutando qualche amico/conoscente che incontriamo, ecc. ecc. ...

dicevo, se io e te trasponessimo questa discussione da un ambiente virtuale ad un ambiente tangibile, cosa cambierebbe dal punto di vista INDIVIDUALE, non sociale?

ovviamente, diamo per scontato che l'incontro fisico sia possibile. non sto discutendo le potenzialità del mezzo/ambiente virtuale, ma la differenza di esperienza umana dal punto di vista individuale.

in fondo gli aspetti sociali del fenomeno erano assenti dalla mia prima email ad Anna. Volevo solo renderla partecipe della mia perplessità individuale di fronte a twitter.

mi viene in mente una scenetta che veniva trasmessa da una TV napoletana anni addietro. la protagonista, intervistata dai mitici comici di telegaribaldi (li conoscete tutti perchè sono passati alla TV nazionale o al cinema), esponeva la sua esperienza di vita (traduco in italiano):

la mattina mi alzo, mi lavo, mi vesto e vado a lavorare. la sera torno a casa, mi lavo, mangio qualcosa e vado a dormire.
la mattina dopo mi alzo, mi lavo, mi vesto e vado a lavorare. la sera torno a casa, mi lavo, mangio qualcosa e vado a dormire.
[pausa]...
[urlo isterico] balle la vita eeehhh

ecco, l'esperienza di annarella (mi sembra questo fosse il nome del personaggio) mi fa tornare alla privazione di ogni spazio di vita individuale, che, ovviamente, può spingere a cercare nuove forme di socialità in rete. fin qui va bene, lo faccio anch'io. la mia amicizia con Anna, Mario e alcuni altri ragazzi (di alcuni non so manco se siano ragazzi o anziani) è un'esperienza assolutamente positiva.

ma se queste persone le potessi incontrare ogni giorno al bar, in cosa cambierebbero le nostre relazioni?


Direi che gli elementi per un incontro al B2B Club ci sono tutti e voi che dite? :)

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